Il Vangelo invita sempre il cristiano ad essere saggio e capace di discernimento, cioè capace di distinguere il bene dal male, la volontà di Dio da ciò che volontà di Dio non è.
Lo invita, ma anche gli dona i criteri necessari per operare tale discernimento e le ragioni profonde che spiegano il “perché” conviene essere saggi e non stolti. In fondo, se ci pensiamo, tutta la Sacra Scrittura è una sorta di dialogo tra Dio e l’uomo, tra il Creatore e la creatura che Egli vuole salvare e che per questo sempre invita a ragionare, per non cadere nelle grinfie del demonio, esperto illusionista del male che confonde mente e cuore.
Leggere in tal modo il Vangelo è di grande aiuto, se ovviamente si crede che solo esso è Parola di vita eterna, ed è al tempo stesso un’attività sapienziale da acquisire e sviluppare quotidianamente per la propria e altrui salvezza. Se oggi molti – cristiani e non – camminano verso la perdizione eterna è perché si vive senza discernimento evangelico, si è come “ottusi”, e si finisce così per scegliere il tempo anziché l’eternità, ciò che non vale anziché la Perla preziosa dal valore inestimabile, ciò che è fugace e passeggero anziché ciò che rimane per sempre.
La parabola della rete gettata nel mare è in tal senso per tutti di grande ammonimento. In essa riecheggia una delle domande fondamentali che Gesù rivolge al nostro cuore, e che è questa: «A che serve, o uomo, guadagnare il mondo intero se poi si perde la propria anima? A che servono le ricchezze e la gloria umana, se poi si finisce nella fornace ardente dove è pianto e stridore di denti? A che serve scegliere di vendersi l’anima al diavolo per un tornaconto terreno, se poi il diavolo che ha in odio la tua vita ti porta con sé nel buio eterno?» (cf. Mc 8,36). “Uomo, – dice ancora Gesù a tutti e ciascuno – usa l’intelligenza e ragiona! Non essere stolto! Lasciati aiutare dallo Spirito Santo che ti ho dato in dono ed edifica la tua vita sulla roccia del mio Vangelo, perché solo così sarai felice per sempre!” (cf. Mt 7,24-27).
Gesù ci ama e ci vuole salvi. Entra in dialogo con noi e sa come convincerci che lui vuole solo il nostro bene. Ma bisogna che ciascuno di noi si fidi di lui e creda nella sua Parola, altrimenti la mente si oscura e il cuore si pietrifica, ogni giorno di più.
Il virus letale che fa moltissime vittime non solo tra i pagani, ma anche tra i cristiani, è che non si crede, né si prende sul serio, la Parola di nostro Signore, il Vangelo scritto dallo Spirito Santo con caratteri infuocati che mai potranno essere cancellati dalla storia. Si vive in modo superficiale. Si rinuncia ad un uso sapiente dell’intelligenza, perché si ha l’antivangelo come criterio di discernimento. Si scherza con il fuoco eterno.
Leggiamo la parabola della rete gettata nel mare e chiediamoci se veramente crediamo nel giusto giudizio di Dio e cioè che il Signore, Giudice dei vivi e dei morti, non accoglie tutti in Paradiso alla fine della vita, ma fa la differenza tra pesci buoni e pesci cattivi. I buoni vanno nei canestri. I cattivi vengono «buttati via nella fornace ardente, dove sarà pianto e stridore di denti» (cf. Mt 13,49-50).
E un’altra cosa importante che va tenuta a mente è la specificità di questa parabola rispetto alla parabola del buon grano e della zizzania. Lì il campo era il mondo. Qui la barca è la Chiesa. Dunque il giusto giudizio di Dio vale per tutti. Non solo la distinzione è fatta tra credenti e non credenti, pagani e battezzati. È anche tra battezzati che frequentano la Chiesa e la Parrocchia, che possono essere pesci buoni o pesci cattivi, gente che vive il Vangelo o gente che fa ciò che vuole, mascherandosi dietro il Vangelo. Gesù stesso ha parlato chiaro in tal senso, quando ha detto nel discorso della Montagna: «Non chiunque mi dice: “Signore, Signore”, entrerà nel regno dei cieli, ma colui che fa la volontà del Padre mio che è nei cieli. In quel giorno molti mi diranno: “Signore, Signore, non abbiamo forse profetato nel tuo nome? E nel tuo nome non abbiamo forse scacciato demòni? E nel tuo nome non abbiamo forse compiuto molti prodigi?”. Ma allora io dichiarerò loro: “Non vi ho mai conosciuti. Allontanatevi da me, voi che operate l’iniquità!”» (Mt 7,21-23).
La storia attesta quanto tutto ciò sia vero e lo attesta anche la storia di Giuda, che pur essendo stato scelto come Apostolo del Signore, per trenta miseri denari, ha tradito il suo Maestro e lo ha consegnato ai suoi carnefici.
Ma a tutto questo oggi si crede? Si prende in seria considerazione la parabola della rete gettata nel mare? Oppure ci si sente già Santi e in Paradiso solo perché si compiono pratiche religiose e si frequenta la Santa Messa, a volte anche in maniera distratta o persino saltuaria?
Ognuno di noi è giusto che si faccia un esame di coscienza, prima che sia troppo tardi. Il giusto giudizio di Dio è verità centrale della nostra fede e non possiamo metterlo da parte. Il Signore non vuole che viviamo con lui un rapporto fondato sulla paura. Lui ci ama e vuole che lo amiamo con tutto il cuore. Ma il Timor di Dio spesso ci salva e ci sprona alla conversione, soprattutto quando ancora siamo assai difettosi nell’amore.
Se la parabola della rete gettata nel mare è una delle sette parabole del Regno dei cieli, se è stata scritta dallo Spirito Santo e consegnata alla Chiesa, una ragione di certo ci sarà e noi non possiamo far finta di niente. «La legge del Signore è perfetta, rinfranca l’anima. I giudizi del Signore sono giusti, fanno gioire il cuore» (cf. Sal 19,8-9).
E allora, accogliamo la Parola di Dio così come essa è! Senza nulla aggiungere e nulla togliere. Senza elevarci al di sopra del suo divino Autore, anzi rivestendoci di santa umiltà, per ascoltare ogni sillaba del suo dire e per insegnare a tutti i suoi precetti. Sia quelli grandi, sia quelli minimi (cf. Mt 5,18-19).
È questa la nostra saggezza. È questo il nostro discernimento. È questa la porta del Paradiso.
La Vergine Maria, nostra Madre e Regina, ci aiuti e ci assista, ci ottenga ogni grazia necessaria per la nostra santificazione e salvezza. Oggi, domani e sempre.
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