La pazienza di Gesù Risorto

La pazienza di Gesù Risorto

La pazienza di Gesù è grande, immensa, sconfinata. Essa è figlia della sua carità crocifissa e sorella della misericordia. Ci confonde, ci conquista, ci lascia sbigottiti.

Quante volte siamo come Tommaso! Testardi, di dura cervice, refrattari ad aprirci al mistero della presenza salvifica del Risorto nella nostra vita, con la mente chiusa e il cuore di pietra, vinti dalla presunzione di volere “vedere e toccare le ferite del Crocifisso”, anziché ascoltare la sua voce e obbedire a Lui, senza ribellarci o tergiversare.

Eppure Gesù non ci condanna. Egli continua a sperare nella nostra conversione e non si stanca di cercarci, di trovare la via giusta per fare breccia nel nostro cuore malato.

Gesù avrebbe potuto dire: “non è affar mio, caro Tommaso, se tu non vuoi credere nonostante la testimonianza concorde dei tuoi amici. Non è affar mio, se pretendi di avere sempre ragione. Peggio per te. Rimarrai cieco e ti metterai nei guai. Ben ti sta! Prima o poi imparerai la lezione!”. E invece, con pazienza che sconvolge, Gesù si è manifestato a Tommaso otto giorni dopo la sua Resurrezione e gli ha concesso una grande grazia, gli ha permesso di vedere e di toccare i fori dei chiodi e il costato trafitto. Per questo suo grande amore, Tommaso si è ravveduto e ha fatto la sua bella professione di fede: «Mio Signore e mio Dio. Io credo in te e mi prostro dinanzi alla tua maestà» (cf. Gv 20,28).

Da Gesù tutti dovremmo imparare che la pastorale ha tempi lunghi, molto lunghi, e solo chi non si stanca di avere pazienza può realizzare l’opera di Dio. L’uomo infatti è assai fragile. Non crede in un istante alla Parola di Gesù. Non crede alla Parola della Chiesa, dei Santi e persino dei Martiri. Si lascia sopraffare dai suoi pensieri e con difficoltà li rinnega, li mette da parte, li abbandona. 

Ecco perché la pastorale diventa spesso una battaglia assai impegnativa, quasi snervante. Annunci il Vangelo in ogni occasione, opportuna e non opportuna (cf. 2 Tm 4,2), fai risuonare la Parola Dio con un’Omelia o una Catechesi, nel dialogo personale e in contesti pubblici. Lo fai oggi e lo fai domani. A volte con dolcezza e altre volte con fermezza, ma si compie per te quella parola di Gesù che quasi scoraggia: «A chi dunque posso paragonare la gente di questa generazione? A chi è simile? È simile a bambini che, seduti in piazza, gridano gli uni agli altri così: “Vi abbiamo suonato il flauto e non avete ballato, abbiamo cantato un lamento e non avete pianto!”» (cf. Lc 7,24-35).

Con la sua pazienza, Gesù ci insegna che nonostante tutto non dobbiamo abbandonare la missione. Non dobbiamo scoraggiarci e dire: “chi me la fa fare…lascio stare…non serve a niente continuare…sono tutti sordi e tali vogliono rimanere”. Piuttosto dobbiamo conformarci sempre più a Gesù, mite e umile di cuore, e come lui «non spezzare una canna incrinata o spegnere un lucignolo dalla fiamma smorta» (cf. Mt 12,15-21).

La salvezza si compie se abbiamo fede, se perseveriamo fino alla fine dei nostri giorni, se siamo disposti a lavorare con zelo e non ci diamo per vinti. Se crediamo, con tutte le nostre forze e spesso contro ogni evidenza, che la Parola che viviamo e diciamo produrrà frutti, prima o poi, anche se non li vediamo. Essa è «seme che porta con sé la vita divina e di notte o di giorno, come non sappiamo, fa crescere lo stelo, la spiga, il chicco pieno nella spiga» (cf. Mc 4,26-34).

Da Gesù dobbiamo tutti imparare che non serve puntare il dito contro i tanti “Tommaso” che incontriamo lungo la via. Non serve condannarli e giudicarli rei di morte eterna. Piuttosto si tratta di dire a se stessi, prima di tutto: “cosa posso fare per lui, per lei, che ancora non ho fatto? In cosa posso crescere, in quale virtù posso perfezionarmi per mostrargli, con la vita, la bellezza del Vangelo?”. Ecco il giusto atteggiamento che il Maestro ci insegna. Non le lamentele, non le guerre fratricide, ma la pazienza che non si stanca, figlia della misericordia e del grande amore che abitano nel cuore di coloro che si lasciano redimere ogni giorno dalla grazia di Dio.

Diamoci dunque da fare e impariamo ad aspettare che i frutti maturino! Nello Spirito Santo, troviamo ogni giorno di più vie nuove per evangelizzare vicini e lontani, pregando tanto affinché Gesù illumini le menti e riscaldi i cuori!

Inveire non serve, se non a farci diventare noiosi e antipatici, aggressivi e scortesi. Teniamo sempre a mente le parole dell’Apostolo Paolo che di difficoltà ne ha conosciute, e non poche, nel portare il Vangelo ai pagani: «La carità è paziente, è benigna la carità; non è invidiosa la carità, non si vanta, non si gonfia, non manca di rispetto, non cerca il suo interesse, non si adira, non tiene conto del male ricevuto, non gode dell’ingiustizia, ma si compiace della verità. Tutto copre, tutto crede, tutto spera, tutto sopporta. La carità non avrà mai fine» (cf. 1 Cor 13).

La carità è la regina delle virtù ed è lei che ci rende specchio purissimo della santità divina.

Ci aiuti la Vergine Maria, Donna misericordiosa e paziente. Ella, che ha amato fino al dono totale di sé, interceda per noi e ci ottenga la grazia di essere conformi al suo divin Figlio nel cuore e nella mente, in tutto ciò che siamo e che facciamo.

 

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