XXX Domenica Anno C – Il fariseo e il pubblicano (Lc 18,9-14)

XXX Domenica Anno C – Il fariseo e il pubblicano (Lc 18,9-14)

Il giudicare e condannare gli altri, ritenendosi giusti, è da sempre uno dei peccati più diffusi nel mondo degli uomini.

È una sorta di passatempo, un gioco che è stato inventato tanti e tanti anni fa da chissà quale “mente geniale”, ma che è sempre attuale e alla moda. È però un gioco assai pericoloso, che semina morte e distruzione, genera infinita sofferenza ed è capace persino di demolire gli affetti e le amicizie più care.

Purtroppo, in tal senso, neanche i cristiani siamo sempre esemplari e la storia di tutti i giorni lo conferma. Le divisioni, i rancori, le inimicizie, le incomprensioni e mille altre guai che incrinano le relazioni interpersonali non sono forse frutto di questo atteggiamento del cuore? Eppure tante volte si cade in trappola, da soli o in compagnia, e ci si diletta nel dipingere gli altri come dei mostri dalle tante facce orribili, con mille difetti e nessun pregio: «”Dio, ti ringrazio perché non sono come gli altri uomini, ladri, ingiusti, adùlteri, e neppure come questo pubblicano. Digiuno due volte alla settimana e pago le decime di tutto quello che possiedo” (Lc 18,11-12)…sono santo, saggio e intelligente, non mi manca nulla per essere perfetto, sono la tua delizia, attendo soltanto che tu mi dia la giusta ricompensa: il Paradiso».

Quante volte siamo tentati a pensare queste cose! Quante volte ci riteniamo giusti dinanzi a Dio e agli uomini! Quante volte guardiamo la pagliuzza nell’occhio del fratello e non la trave che è nel nostro! Quante volte siamo accecati dalla superficialità e ci dimentichiamo di quelle parole che Gesù disse ai farisei che volevano lapidare la peccatrice: «Chi è senza peccato, scagli per primo la pietra contro di lei…e se ne andarono uno per uno, cominciando dai più anziani» (cf. Gv 8,1-11).

La parabola del fariseo e del pubblicano è scritta per noi prima che per gli altri. Siamo noi che dobbiamo cambiare il nostro modo di vedere chi abbiamo accanto. Siamo noi che dobbiamo smetterla di considerare l’altro come un peccatore da mandare al patibolo perché ha sbagliato e non può cambiare, perché è un farabutto, una persona che non merita la nostra considerazione né la nostra misericordia.

Se Gesù avesse pensato queste cose, non avrebbe certo camminato per tre anni con i suoi discepoli che rimanevano sordi dinanzi alle sue parole e bisticciavano tra loro volendo primeggiare gli uni sugli altri come fanno i potenti di questo mondo (cf. Lc 22,24-27), né avrebbe perdonato i suoi carnefici che lo hanno schernito, insultato e crocifisso senza ragione. Gesù ci ha insegnato che l’altro è qualcuno che mi è stato messo accanto perché lo aiuti a uscire dalle sabbie mobili del peccato e cresca giorno per giorno in santità, non da solo, ma con il mio sostegno e la mia infinita pazienza.

Sarebbe giusto e quanto mai opportuno che ciascuno di noi, in questa XXX Domenica del Tempo Ordinario, si interrogasse sul modo di relazionarsi con gli altri, simpatici o antipatici che siano, farisei o pubblicani, ricchi o poveri, santi o peccatori. È sulla qualità di queste relazioni che saremo giudicati da Dio perché sono queste relazioni che dicono la qualità della nostra fede. Se essa è fede autentica oppure falsa, se è intessuta di amore sincero o imbevuta di egoismo, se sa donarci lo sguardo di Cristo oppure quello del principe di questo mondo.

La parabola del fariseo e del pubblicano è un invito a imparare a camminare insieme, sopportandoci a vicenda e mettendo da parte ogni giudizio avventato che altro non fa se non impedirci di amare.

Puntare il dito contro chi sbaglia è facile. Dichiararlo colpevole e gridare ai quattro venti – magari anche sui giornali e sul web – il suo peccato lo è ancor di più. Ma non è questo che ci rende giusti dinanzi a Dio e meritevoli del suo perdono. Questo è ciò che ci condanna e risulta essere la testimonianza più eloquente del nostro mancato amore.

A ben vedere, il fariseo della parabola è un povero illuso. Pensa di essere esente dal peccato e invece va al Tempio per caricarsi di un peccato gravissimo; è convinto di non avere bisogno di conversione mentre dovrebbe ravvedersi ed emendare la sua condotta di vita; crede che gli bastino le decime per comprarsi il Paradiso mentre queste sono solo la cartapesta che lui usa per costruirsi una maschera che possa nascondere la sua ipocrisia. Soprattutto non comprende che lui ha bisogno del pubblicano perché è proprio quel peccatore che il Signore gli ha messo dinanzi perché comprenda che «chiunque si esalta sarà umiliato, chi invece si umilia sarà esaltato» (Lc 18,14).

Vergine Santa, Donna dalle mille virtù che ci hai amati e hai dato la vita per noi, fa’ che ti possiamo imitare per la salvezza nostra e del mondo intero.

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