XXV Domenica Anno C – …nelle dimore eterne (Lc 16,1-13)

XXV Domenica Anno C – …nelle dimore eterne (Lc 16,1-13)

Chi vuole essere discepolo di Gesù deve avere sempre lo sguardo rivolto verso la meta sperata: il Paradiso.

È quello l’orizzonte verso cui camminare spediti, l’unico fine per cui vale la pena consumare tutta intera la propria esistenza. Guardare altrove significa esporre la propria vita alle mille vanità di questo mondo corruttibile che, non potendo saziare la sete di eternità che è scritta nell’intimo dell’uomo, ci fanno perdere la pace perché mettono nel nostro cuore desideri inopportuni e li alimentano con mille false chimere.

Chi non crede nella vita eterna, diventa in breve tempo succube della ricchezza materiale che lentamente ma inesorabilmente divora l’anima e il corpo. Molti vizi, in fondo, non sono frutto di questa errata visione esistenziale? Il piacere dei sensi è preferito al rinnegamento di se stessi. La via larga e spaziosa costellata di divertimento e irresponsabilità è ritenuta migliore della porta stretta del Vangelo che richiede sudore di sangue e tanta fatica. E così, si comincia quasi per gioco a coltivare abitudini malsane che procurano soddisfazioni immediate ed ebbrezza momentanee, ma si finisce per sprofondare in una spirale di morte che risucchia ogni energia spirituale e fisica. Basterebbe pensare alla piaga tanto attuale del gioco d’azzardo e delle slot machines che mietono vittime tra giovani e meno giovani in ogni parte del mondo. Dietro l’illusione di conquistare la terra si perde tutto e anche il Cielo, in un solo giorno. Dinamiche simili valgono per il fumo, la droga, lo sballo, l’alcool e cose del genere.

Il problema di fondo rimane: non si punta alla gioia vera, eterna, incorruttibile ma a quella che oggi posso gustare, qui e ora, a prescindere da quanto è scritto nel cuore sapiente di Dio.

Perdere di vista il fine soprannaturale e ultimo per il quale siamo stati creati ci rende stolti e incapaci di amare.

Ci rende stolti perché non sappiamo più distinguere il fango dall’oro, e se anche ci riusciamo decidiamo di scegliere il fango. Quanti oggi pensano che vendersi l’anima per un tornaconto economico valga più che rimanere fedeli a Gesù e al suo Vangelo? Quanti scelgono di trasformare la Domenica nel giorno del commercio, della pigrizia, del divertimento sfrenato anziché viverla come il giorno del Signore in cui cibarsi del suo Corpo e del suo Sangue, frequentare la Parrocchia, partecipare ad una Catechesi per imparare a discernere il bene dal male, visitare un ammalato, pregare in famiglia tutti insieme con fede per chiedere il dono prezioso dello Spirito Santo per genitori e figli? Quanti scelgono di rovinarsi l’esistenza consegnandosi al male perché a loro modo di vedere «la nostra vita è breve e triste; non c’è rimedio quando l’uomo muore, e non si conosce nessuno che liberi dal regno dei morti» (Sap 2,1)? Senza la prospettiva della vita eterna la stoltezza avvolge mente e cuore e li divora con spietata crudeltà provocando ovunque morte e distruzione.

Perdere di vista il fine soprannaturale e ultimo per il quale siamo stati creati ci rende incapaci di amare perché invece di divenire strumenti di provvidenza per quanti sono nostri fratelli, e magari versano in condizioni di indigenza, accumuliamo tesori sulla terra pensando che da essi dipenda la nostra vita. La carità è la chiave del Paradiso ma è messa da parte se il Paradiso non esiste. “Farsi amici nel Cielo con la disonesta ricchezza perché essi ci accolgano nelle dimore eterne” (Lc 16,9) significa condividere ciò che si possiede per aiutare chi non ha un pezzo di pane, chi non ha un vestito, chi non ha una posizione economica vantaggiosa. Significa diventare cuore e mani del Padre celeste che provvede perché nessuno dei suoi figli muoia di fame e strapazzi al suolo.

Questo non solo dal punto di vista materiale, ma anche da quello spirituale. La condivisione, l’essere provvidenza per il fratello, significa mettersi a suo servizio perché egli possa beneficiare di tutti quei doni che abbiamo ricevuto dall’Alto per la sua e nostra salvezza. Nelle Parrocchie, ad esempio, questa mentalità è urgente che sia da tutti acquisita. Il Sacerdote è provvidenza per il laico con il dono della Parola e dell’Eucaristia. Il laico è provvidenza per il Sacerdote con l’aiuto sincero e disinteressato per ciò che concerne tutte quelle attività che non sono proprie del ministro ordinato ma che sono parte integrante dell’evangelizzazione. Così in famiglia, a scuola, sul posto di lavoro, nella società civile. Dovunque bisogna che si veda l’altro come qualcuno da amare, non con le parole ma coi fatti, riversando su di lui la ricchezza infinita che è ci è stata affidata dall’Alto.

Ragionare così è possibile, ma solo se le cose del mondo e la gloria umana vengono relativizzate. Se cioè tutto ha il suo valore in funzione dell’eternità e viene perciò usato come mezzo per raggiungerla al termine di questa breve esistenza terrena.

Che la Vergine Maria, Regina del Paradiso e Aurora di salvezza, ci ottenga un cuore saggio e ci custodisca da ogni attaccamento malsano alle cose della terra.

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