Chiunque si adira con il proprio fratello…(Mt 5,17-37)

Chiunque si adira con il proprio fratello…(Mt 5,17-37)

«Avete inteso che fu detto agli antichi: “Non ucciderai; chi avrà ucciso dovrà essere sottoposto al giudizio”. Ma io vi dico: chiunque si adira con il proprio fratello dovrà essere sottoposto al giudizio…» (Mt 5,21-22).

Il discepolo di Gesù è chiamato ad essere uomo di pace. La pace deve cercare, costruire, chiedere ogni giorno con una preghiera costante e fiduciosa. Per la pace deve persino essere disposto a perdere tutto umanamente parlando, perché nel Regno dei cieli non si entra con un cuore in subbuglio, astioso, abitato dal rancore e dall’inimicizia. Gesù ce l’ha insegnato in ogni istante della sua vita e in particolare dall’alto della croce quando, prima di consegnare il suo spirito al Padre, ha perdonato i suoi carnefici e ha offerto a tutti il suo perdono. Dinanzi alla ferocia dei soldati, che si sono accaniti su di lui senza alcuna pietà, Egli ha risposto con il suo grande amore per dare anche a loro la possibilità di pentirsi e ravvedersi dal male commesso.

Il discepolo di Gesù non può essere un guerrafondaio perché la guerra non è mai la soluzione ai problemi che affliggono l’umanità, nei piccoli e nei grandi contesti. La guerra è fonte di sofferenza, morte e distruzione. Essa nasce dal peccato e ne è la conseguenza naturale. Diciamocelo con tutta onestà: nel mondo ci sono già troppe persone che dalla mattina alla sera seminano zizzania, fomentano rivoluzioni, insegnano con le parole e con l’esempio la violenza, alimentano contese e liti di ogni genere. Se anche noi, che diciamo di amare Gesù, seminiamo odio nei cuori, la vita diventa veramente impossibile e la serenità scompare dalla faccia della terra.

Ma da dove iniziare per costruire la pace? Il Vangelo di questa Domenica ci viene in aiuto e dona a ciascuno di noi diversi spunti di riflessione.

Anzitutto è necessario avere compassione gli uni degli altri. Ciò avviene quando teniamo presente che la natura umana è fragile. Non solo la nostra, anche quella degli altri. E allora una parola fuori posto può scappare. Un momento di nervosismo può generare tensione. Un eccessivo stress può rendere aggressivi, scortesi e indelicati. Una non ancora perfetta santità può causare incomprensione e disaccordo. Ma non per questo bisogna far scoppiare una guerra fratricida. La compassione deve prevalere. La pietà verso colui che ha sbagliato deve trionfare. Tutti, dovremmo vivere in pienezza quelle parole stupende dell’Inno alla carità di San Paolo che tante volte risuonano nelle Chiese dell’Orbe cattolico ma che spesso rimangono soltanto scritte sulla carta: “La carità è magnanima, benevola è la carità; non è invidiosa, non si vanta, non si gonfia d’orgoglio, non manca di rispetto, non cerca il proprio interesse, non si adira, non tiene conto del male ricevuto, non gode dell’ingiustizia ma si rallegra della verità. Tutto scusa, tutto crede, tutto spera, tutto sopporta” (1 Cor 13,4-7).

Avere parole di scusa e sentimenti di misericordia è quanto mai necessario in tutti gli ambienti in cui viviamo per evitare che i cuori si inaspriscano e anche le più grandi amicizie si disintegrino in mille pezzi.

Se vogliamo essere operatori di pace, ciò che deve prevalere in noi è lo sguardo di fede che ci fa vedere l’altro come qualcuno che non è stato messo al nostro fianco per caso. Costui non è un corpo estraneo che va espulso dal cuore. È un “mistero” che va accolto e amato perché questa è la volontà di Dio, anche se ciò significa dover rinnegare se stessi, mordersi la lingua per non pronunciare parole offensive e sconvenienti, sopportare ogni cosa per amore e attendere che l’imperfezione ceda il passo alla santità e il peccato alla grazia.

Gesù, nel discorso della montagna, parla chiaro e senza equivoci: «Chiunque si adira con il proprio fratello dovrà essere sottoposto al giudizio. Chi poi dice al fratello: “Stupido”, dovrà essere sottoposto al sinedrio; e chi gli dice: “Pazzo”, sarà destinato al fuoco della Geènna» (Mt 5,22). Il divin Maestro ci chiede di vigilare sul nostro cuore affinché nessun sentimento di orgoglio o ripicca viva in noi. Il cuore di pietra deve diventare cuore di carne perché la croce di Cristo non sia resa vana per nessuno di noi. Ancora una volta le parole di San Paolo sono quanto mai chiarificatrici: «Non vogliate rattristare lo Spirito Santo di Dio, con il quale foste segnati per il giorno della redenzione. Scompaiano da voi ogni asprezza, sdegno, ira, grida e maldicenze con ogni sorta di malignità. Siate invece benevoli gli uni verso gli altri, misericordiosi, perdonandovi a vicenda come Dio ha perdonato a voi in Cristo» (Ef 4,30-32).

In particolare siamo chiamati a misurare le parole, perché queste sono spesso più affilate di un bisturi e possono causare danni irreparabili. Una volta dette sfuggono al nostro controllo e se non sono state proferite sotto la potente mozione dello Spirito Santo, uccidono più di mille kalashnikov e fanno più vittime di una bomba atomica. Ecco perché se vogliamo essere discepoli di Gesù, non possiamo dire tutto ciò che vogliamo. Dobbiamo al contrario acquisire ogni giorno di più il dominio di noi stessi per non cadere in tentazione e diventare distruttori anziché costruttori del Regno di Dio.

Che la Vergine Maria interceda per noi presso l’Altissimo e ci ottenga la grazia di essere uomini e donne di pace che sanno solo amare con il cuore di Cristo Signore.

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